Presentazione Libro

Una fede che sa dire chi è

A Verona la presentazione di Riformati Battisti di Pietro Bolognesi diventa un dialogo sull’identità evangelica, sulla libertà e sulla missione delle chiese

Che cosa significa, oggi, definirsi evangelici? È sufficiente riconoscersi in un nome oppure occorre tornare a chiarire ciò che si crede, il modo in cui lo si vive e la testimonianza che ne deriva?

Sono queste alcune delle domande che hanno attraversato la serata del 2 ottobre, ospitata nei locali della chiesa Petra, Chiesa Evangelica ADI di Verona, in occasione della presentazione del libro Riformati Battisti. Profili confessanti della fede evangelica di Pietro Bolognesi, pastore della Chiesa Riformata Battista di Padova.

Moderato da Luigi Dalla Pozza, pastore della Chiesa Riformata Battista di Verona, l’incontro ha visto la partecipazione di un’ottantina di persona e coinvolto nel dialogo Gionathan Borelli, pastore della chiesa Petra, e Titi Chirila, pastore della International Church Verona. Non una semplice presentazione editoriale, ma un confronto aperto tra sensibilità evangeliche differenti, unite dalla volontà di interrogarsi sul fondamento della fede e sulla responsabilità delle chiese nel tempo presente.

Da una fede “leggera” a una fede confessante

Nell’introdurre l’incontro, Luigi Dalla Pozza ha individuato la preoccupazione da cui nasce il libro: la diffusione di una fede sempre più superficiale, spontanea e poco consapevole delle proprie fondamenta.

Essere cristiani confessanti non significa limitarsi a riconoscere Gesù Cristo come Signore e Salvatore. Significa anche comprendere e articolare il contenuto di questa confessione, riscoprendo la Scrittura, il patrimonio dottrinale maturato nella storia della Chiesa e le conseguenze concrete che la fede produce nella vita.

Il libro di Bolognesi tenta così di fissare alcuni punti di riferimento: il credo, l’eredità della Riforma, l’impegno dei credenti, la storia e, infine, l’identità. Non per irrigidire il confronto tra le chiese, ma per renderlo più autentico. Per dialogare, infatti, non basta avvicinarsi: occorre sapere chi si è, che cosa si condivide e su quali aspetti esistono comprensioni differenti.

L’identità limita o rende liberi?

La prima sollecitazione di Gionathan Borelli ha toccato uno dei temi centrali della serata: la riscoperta di un’identità confessionale viene spesso percepita come una restrizione della libertà individuale e spirituale. In un panorama evangelico talvolta diffidente verso dogmi, confessioni e definizioni dottrinali, il credente confessante rischia quasi di essere considerato una presenza problematica.

Bolognesi ha rovesciato questa prospettiva. Il contrasto tra autorità e libertà, ha spiegato, appartiene profondamente alla cultura italiana, ma non alle categorie bibliche. Nella prospettiva della Scrittura, la verità e l’autorità di Dio non soffocano la libertà: ne costituiscono il terreno.

L’identità cristiana, dunque, non rappresenta una gabbia dalla quale liberarsi. È lo spazio nel quale la libertà può essere realmente vissuta. Più il credente è radicato nella verità della Parola, più può riconoscere chi è, a chi appartiene e in quale direzione orientare la propria vita.

Una bussola in un tempo di confusione

Titi Chirila ha letto il libro attraverso l’esperienza di una comunità internazionale, formata da persone provenienti da numerose nazioni. Nel suo intervento ha evidenziato tre contributi particolarmente importanti: la chiarezza dottrinale in un tempo di confusione, l’equilibrio tra verità e missione e la necessità di trasmettere una fede solida alle nuove generazioni.

In un mondo che sembra non avere più una bussola, ha osservato, le chiese hanno bisogno di radici capaci di resistere alle tempeste culturali e spirituali. Ma una verità custodita senza essere annunciata corre il rischio di trasformarsi in isolamento: «La verità senza missione non aiuta».

L’identità, quindi, non può servire soltanto a conservare ciò che è stato ricevuto. Deve diventare un seme affidato alle famiglie, ai giovani e alle nuove generazioni, perché possano conoscere Cristo e portare avanti una testimonianza biblicamente fondata.

Che cosa significa ancora “evangelico”?

Rispondendo ai primi interventi, Bolognesi ha chiarito una delle ragioni principali che lo hanno spinto a scrivere il libro: restituire consistenza alla parola “evangelico”.

Oggi il termine è sottoposto a caricature, semplificazioni e associazioni politiche che rischiano di oscurarne il significato originario. Nel dibattito pubblico, gli evangelici vengono talvolta definiti attraverso categorie esterne al Vangelo, anziché attraverso il loro rapporto con la Scrittura, Cristo e la storia della fede cristiana.

La sfida proposta dall’autore non consiste quindi nell’abbandonare il termine, ma nel riannodarlo al suo nucleo biblico e storico. Una fede evangelica confessante può presentarsi alla società senza timore, purché non riduca la propria identità a un’etichetta denominazionale e torni a mostrare ciò che il Vangelo è realmente.

Il credo diventa visibile nella vita

La seconda riflessione di Borelli ha portato il confronto dalle definizioni alla vita concreta. Se l’incontro con Cristo coinvolge mente, cuore, scelte etiche e visione del mondo, l’identità confessante non può rimanere soltanto un’elaborazione teorica.

È la vita quotidiana, ha osservato, a poter mostrare alla società chi siano realmente gli evangelici. La credibilità della confessione cristiana dipende anche dalla capacità di tradurre l’ortodossia in servizio, adorazione, santificazione e responsabilità.

Bolognesi ha condiviso pienamente questa prospettiva: «Il nostro credo è visibile nella nostra vita». Le convinzioni dottrinali, quando sono realmente comprese, non spengono la spiritualità, ma la mettono in movimento.

La storia delle missioni mostra come una precisa comprensione del sacrificio di Cristo abbia alimentato l’evangelizzazione, la traduzione delle lingue, l’alfabetizzazione e l’istruzione. La dottrina autentica non porta all’immobilità: diventa una forza spirituale e culturale capace di generare missione.

Portare la verità fuori dalle chiese

Le sollecitazioni successive di Titi Chirila hanno trasformato i punti di forza del libro in altrettante sfide. Come tradurre una riflessione teologica strutturata in un linguaggio comprensibile al vicino di casa, al collega, al familiare o alla persona migrante che conosce appena l’italiano? Come parlare a una società secolarizzata e, allo stesso tempo, attratta da esperienze spirituali immediate, guarigioni ed emozioni forti?

La questione non riguarda la rinuncia alla profondità, ma la capacità di comunicarla con semplicità.

Le chiese, secondo Chirila, devono accelerare il proprio impegno missionario e uscire dai loro confini. La sana dottrina non può restare patrimonio di pochi credenti che parlano tra loro. Deve raggiungere il cuore delle persone, senza compromessi sul contenuto e senza inutili complicazioni nel linguaggio.

Unità o relativismo?

Nel rispondere, Bolognesi ha richiamato l’attenzione sul modo in cui oggi vengono costruite alcune forme di aggregazione tra le chiese. Il rischio, secondo l’autore, è che l’unità non nasca da un nucleo condiviso di verità, ma da un relativismo dottrinale nel quale ogni definizione precisa viene considerata divisiva.

Da qui una domanda particolarmente incisiva: «Quanto tempo ci rimarrà ancora per predicare il Vangelo?».

La prospettiva delineata è esigente. Le chiese confessanti potrebbero trovarsi progressivamente marginalizzate proprio perché portatrici di un’identità definita. La risposta non dovrebbe essere la chiusura, ma una collaborazione più consapevole tra comunità che condividono il nucleo della fede evangelica e desiderano preservare la libertà di annunciare la Parola.

La confessione di fede come tutela spirituale

Nell’ultimo blocco del dialogo, Borelli ha posto il problema delle molte manifestazioni spirituali diffuse e amplificate dai social network. Esperienze ed emozioni possono essere presentate come spirituali anche quando non sono sottoposte al discernimento della Scrittura.

In questo contesto, la confessione di fede non è soltanto una dichiarazione identitaria: può diventare uno strumento di discernimento, difesa e cura della comunità. Aiuta a valutare insegnamenti, comportamenti ed esperienze alla luce di ciò che la Chiesa riconosce come biblicamente fondato.

Bolognesi ha collocato questa esigenza all’interno di una più ampia ricostruzione storica. L’evangelismo italiano contemporaneo, secondo la sua lettura, ha risentito della separazione tra la solidità dottrinale della Riforma del XVI secolo e lo slancio evangelistico delle missioni dei secoli XIX e XX. Riannodare questi due fili potrebbe offrire alle chiese una fede insieme più solida, più consapevole e più missionaria.

Conoscere, confessare, vivere

Nelle conclusioni, Luigi Dalla Pozza ha raccolto il senso dell’incontro in tre passaggi: per confessare bisogna conoscere; ciò che si conosce deve essere chiarito; e la dottrina deve infine diventare vita vissuta.

L’invito conclusivo del libro è a essere “gelosi della Chiesa”, non in senso possessivo, ma nella responsabilità di custodire e servire il popolo che Dio crea attraverso la sua Parola. Da qui nasce la necessità di “riconfigurare” continuamente persone, comunità e insegnamento secondo la Scrittura.

La serata del 2 ottobre lascia quindi alle chiese di Verona alcuni inviti concreti:

  • approfondire le ragioni della propria fede;
  • rendere le confessioni di fede strumenti vivi di formazione e discernimento;
  • tradurre la chiarezza dottrinale in scelte quotidiane riconoscibili;
  • comunicare il Vangelo con un linguaggio accessibile;
  • investire nella formazione delle nuove generazioni;
  • creare nuove occasioni di dialogo tra comunità differenti;
  • collaborare nella missione senza rinunciare alla verità.

Il confronto non ha cancellato le differenze, ma ha mostrato che è possibile incontrarsi proprio a partire da identità riconoscibili. Perché una fede confessante non è una fede che costruisce muri: è una fede che conosce le proprie fondamenta e, proprio per questo, può aprire le porte, dialogare e andare incontro alla città.

  • Date : Ottobre 2, 2026
  • Time : 8:30 pm - 10:00 pm (Europe/Rome)
  • Venue : Via della Spianà 10 - Verona

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